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Le donne che ancora non guidano le ambulanze

Scritto da : Sergio Rossi
Pubblicato in data : giovedì, 29 marzo 2012

A parlare e Grazia Ulivieri presidente della Pubblica Assistenza di Campo nell'Elba. Raccoglie l'intervista per pluraliweb.cesvot.it - Storie di associazioni e volontari Elisa Giannini. Nel 2007 l’Associazione nazionale pubbliche assistenze ha presentato i risultati dell’indagine “Pari opportunità diverse possibilità“, che riporta alcuni dati sulla partecipazione di donne e giovani all’interno del movimento. Uno degli elementi più significativi che emerge dall’indagine è il numero ridotto delle donne rispetto agli uomini, non solo all’interno degli organismi di rappresentanza, ma più in generale nelle attività sociali. Per saperne di più abbiamo intervistato Grazia Ulivieri, presidente della Pubblica Assistenza di Campo nell’Elba, una piccola ma importante associazione toscana… Per cominciare vorremmo conoscerla meglio. Quando è diventata presidente della P.A. di Campo e prima di allora che tipo di attività svolgeva all’interno dell’associazione? Frequento la Pubblica Assistenza di Campo dal 1993: ho iniziato svolgendo servizio al centralino. Tranne un breve periodo, in cui ho dovuto tralasciare a causa di impegni familiari, ho sempre continuato a seguire l’associazione. Sono poi stata eletta presidente nel 1997 e da allora ho cercato di mantenere rapporti il più possibile ‘familiari’ con tutti i volontari. La P.A. di Campo conta 50 volontari. Quante sono le donne, che età hanno mediamente e quali attività svolgono? Nell’associazione ci sono dieci donne: le più giovani sono operative e prestano servizio sulle ambulanze come soccorritrici, svolgono servizi di trasporto e accompagnamento di malati o persone diversamente abili, oltre a occuparsi del centralino e delle pulizie in sede. Nel Direttivo, su quindici consiglieri ci sono sei donne e la loro età media si aggira intorno ai sessant’anni. Ritengo che nella nostra realtà le donne non abbiano incontrato particolari difficoltà nel raggiungere ruoli dirigenziali; sicuramente rispetto al passato il ruolo femminile nel volontariato è cambiato. Quali attività, secondo lei, vedono impegnate meno donne e nota differenze tra i più giovani? L’unica attività che da noi non vede l’impegno femminile è la guida delle ambulanze, ma d’altra parte noto – ma qui forse la mia esperienza differisce rispetto a quanto probabilmente accade nelle altre associazioni – la grande difficoltà che abbiamo a reperire forze maschili per svolgere i servizi sanitari. Questo è una difficoltà che incontriamo anche con i più giovani, sia uomini che donne: appaiono più restii, meno disposti a svolgere questo tipo di attività. Dicono che hanno paura del sangue, che non se la sentono di frequentare gli ospedali o ambienti dove si vedono le malattie. Credo che l’approccio con anziani e malati richieda grande esperienza e sensibilità, che si acquistano con il tempo. In più i giovani sono probabilmente interessati al volontariato in altri settori. Esiste, a suo avviso, una “cultura maschilista” nel volontariato e quali consigli darebbe ad una giovane donna che voglia impegnarsi in un’associazione? Credo che in tutta la società esista una cultura maschilista diffusa, che in alcuni casi si ripercuote anche sul volontariato. Ad una giovane volontaria direi comunque di non farsi intimorire ma di frequentare costantemente l’associazione, senza stancarsi mai, e dedicare con impegno il proprio tempo al bene degli altri.


Pubblica Assistenza Campo bis

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